Il termine inglese significa – letteralmente – “andare alla deriva”. Tecnicamente, si tratta di una sbandata controllata o meglio, di una derapata. Ad alta velocità, il pilota provoca intenzionalmente il sovrasterzo (perdita di aderenza delle ruote posteriori) gestendo la traiettoria del veicolo attraverso l’uso combinato di sterzo, acceleratore e freno.
Se per la maggior parte degli automobilisti significa “pericolo”, per i professionisti del volante la derapata è un’espressione di vero talento automobilistico, utilizzata già da decenni in discipline come il rally e le gare di speedway.
Dalle montagne del Giappone alle piste di tutto il mondo
Il drifting come discipina di guida autonoma nasce il Giappone alla fine degli anni ’70 con Kunimitsu Takahashi, considerato il “padre del drifting”. Takahashi, ex pilota di moto e pilota di F1 nel 1977, è diventato famoso nelle gare di auto da turismo giapponesi proprio per il suo stile di guida peculiare.
Le gare
Nelle competizioni di drifting puro il giudizio non si basa sul cronometro, ma su:
- Angolo di sbandata: quanto l’auto riesce a stare “di traverso”
- Traiettoria: la precisione nel seguire una linea ideale.
- Stile e Velocità: l’aggressività e la fluidità della manovra.
E sulle strade pubbliche?
Il drifting sulle strade pubbliche è pericoloso e illegale, è una disciplina che deve essere praticata esclusivamente in pista. Tuttavia, impare a gestire l’auto in condizioni così estreme rende un guidatore più sicuro anche sulle strada di tutti i giorni! Il drifting in pista è l’allenamento perfetto per mantenere sangue freddo e controllo totale del veicolo in ogni condizione.